Formula 1
Peterson 40 anni fa, ciò che non tutti sanno

Peterson 40 anni fa, ciò che non tutti sanno

Sono passati 40 anni esatti dalla morte di Ronnie Peterson e da quel maledetto Gran Premio d’Italia del 1978. Lo svedese perse la vita per le conseguenze riportate nell’incidente che si scatenò subito dopo la partenza. Una carambola innescatasi alla staccata dei 150 metri della prima variante, dove la pista una volta si restringeva a forma di imbuto.

I piloti e molti dei media diedero subito la colpa al giovane Riccardo Patrese, che aveva debuttato in Formula 1 l’anno precedente. I suoi stessi colleghi si coalizzarono per non fargli disputare la successiva gara del Glen, convinti che fosse stato il padovano a provocare il caos nel rientrare in traiettoria dopo avere oltrepassato (in realtà soltanto in parte) la linea bianca che segnava sulla destra il rettilineo. I fatti in realtà furono ben diversi. In seconda battuta le responsabilità vennero scaricate su James Hunt, che urtò con la sua McLaren la Lotus di Peterson mandandola contro il guardrail prima che rimbalzasse sul lato opposto della pista.

In effetti, a provocare l’incidente in cui rimasero coinvolte ben 13 vetture, furono numerose e diverse circostanze. Il direttore di gara, per esempio, diede lo start quando le monoposto in fondo allo schieramento erano ancora in movimento. Inoltre la vettura di Peterson era partita lentamente. E qui va aperta una parentesi. Ronnie pare che avesse già firmato per correre l’anno successivo con la McLaren. Quando quella domenica mattina incidentò la sua Lotus 79 durante il warm-up, gli venne assegnata per la gara una “vecchia” Lotus 78 e non il muletto che era destinato al suo compagno di squadra Mario Andretti ,con il quale era in lotta per il titolo. Quasi certamente la macchina dello svedese ebbe un problema al via, venendo risucchiata dal gruppo, come è testimoniato dai filmati dell’epoca. La vettura di Peterson dopo il primo impatto prese fuoco e nel mentre si scatenò l’inferno. Gli uomini della CEA intervennero prontamente e spensero l’incendio. Ma ancora prima fu Hunt a estrarre Ronnie dalla vettura ancora in fiamme.

Chi apparve messo poco bene fu però Vittorio Brambilla, esanime dentro la sua Surtees, colpito al capo da una ruota. L’italiano venne trasportato in ospedale in coma. Peterson riportò invece diverse fratture alle gambe e soltanto qualche bruciatura nelle mani. Si lamentava, chiese a Loris Kessel che conosceva e il quale si trovava nelle vicinanze come spettatore, di accompagnarlo assieme ai barellieri verso l’ambulanza.

Al Niguarda di Milano lo diedero subito fuori pericolo. Venne sottoposto a un lungo intervento chirurgico. Forse però si chiese anche troppo al suo fisico martoriato. Nel corso della notte, come racconterà nelle sue memorie il medico della FIA Sid Watkins, sua moglie Barbro ricevette una telefonata da uno sconosciuto. Le fu detto che per il marito non c’era più nulla da fare, che i medici italiani lo avevano “ucciso”. Barbro contattò il manager di Peterson, Staffan Svenby, che si trovava in Italia e assieme a Watkins, nelle prime ore del mattino, si precipitò in ospedale. Ronnie morì a 34 anni, per un’embolia grassosa.

Una notizia terribile, che nei primi istanti non tutti ebbero modo di apprendere. Neppure Andretti ne era a conoscenza. La mattina di lunedì 11 settembre si recò in ospedale per far visita al collega e solo allora apprese della morte dal casellante dell’autostrada.

Chapman nel frattempo aveva ordinato ai suoi uomini di caricare la vettura di Peterson sul camion e di partire alla volta dell’Inghilterra, senza fermarsi prima di oltrepassare il confine. Questo perché nel 1970, quando era morto Jochen Rindt sempre a Monza, la giustizia italiana gli aveva sequestrato tutto.

Ai funerali di Ronnie, nella sua Örebro, parteciparono diversi piloti di F.1. Tra loro c’era anche Gunnar Nilsson, altro talento svedese, in Lotus nel 1976 e ’77, visibilmente devastato dal tumore che lo avrebbe ucciso poco più di un mese dopo, il 20 di ottobre.

Nel 1979 George Harrison, ex chirarrista dei Beatles, dedicò a Peterson un suo brano famoso: “Faster”. Barbro, alcuni anni dopo, divenne la compagna di John Watson, ma nel 1987 fu trovata morta nella vasca da bagno della loro casa. Si parlò di suicidio, ma anche di un quantitativo di farmaci letale. Di certo la vedova di Peterson non si era mai ripresa. Nina, figlia di Barbro e Ronnie (il nome le era stato dato in onore di Nina Rindt, moglie dell’austriaco laureatosi campione postumo), nata nel ’75, tornò a vivere in Svezia col fratello di Peterson.

Nel 2008, a Örebro, è stato inaugurato un museo dedicato al campione svedese. Lo scorso anno è stato invece lanciato il film Superswede, che ripercorre la carriera e la vita del pilota.

Nella foto, un frame dell’incidente di Peterson a Monza.

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