Nascar Whelen Euro Series
Morbidelli: l’amore per le corse mi ha spinto a non smettere

Morbidelli: l’amore per le corse mi ha spinto a non smettere

Il recente annuncio dell’esordio nella NASCAR Whelen Euro Series di Gianni Morbidelli, ha riacceso i riflettori su una delle icone del motorsport che ha tenuto in alto il tricolore in numerose categorie. Su tutte la Formula 1 in cui ha militato all’inizio degli anni novanta.

Tanti i titoli vinti a partire dalla Formula 3 italiana ed europea, fino a quelli ottenuti nella Superstars International Series e alle numerose vittorie nel WTCC, TCR e nella Speedcar Series, che lo hanno reso uno dei piloti di riferimento nel panorama del Turismo.

All’alba di questo nuovo impegno abbiamo chiesto a Gianni cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova sfida.

Una vita nelle corse ricca di successi in tante categorie diverse, quale è il segreto dell’eterna giovinezza di Morbidelli?

“Questa è una domanda che mi hanno rivolto in più di un’occasione e tendenzialmente rispondevo che non c’è un vero e proprio segreto, ma adesso invece ho scoperto che per andare avanti come in qualsiasi altra cosa nella vita, devi amare quello che fai. Bisogna mettere sul tavolo passione determinazione e sacrificio, sopratutto in una disciplina sportiva come la nostra, dove il passare del tempo diventa tuo nemico. I riflessi e la prontezza possono venire meno, ma a questo punto entra in gioco l’esperienza a darti una mano. Nella mia carriera ho attraversato alti e bassi e come per un pugile, quando sono finito KO, ho dovuto trovare la forza per rialzarmi che è sempre venuta dalla passione per il motorsport”. 

Hai avuto il privilegio di gareggiare negli anni d’oro della massima serie, qual è il ricordo più bello che ti porti dietro da questo capitolo della tua vita? Come reputi i piloti di adesso visto che spesso e volentieri si tende a paragonarli alle vecchie glorie del passato?

“La Formula 1 mi regalato molte emozioni nel bene e nel male. Ho avuto la grande fortuna di lavorare per Ferrari per quattro anni e di prendere parte ad un gran premio con la Rossa, che penso rappresenti una delle più grandi soddisfazioni che possa avere un italiano. Per me è stato un momento idilliaco. Altrettanto bello il podio nel ‘95 in Australia con l’Arrows, una squadra dal grandissimo potenziale, ma con un budget davvero limitato. Pensate che il giorno successivo a questo risultato siamo rimasti tutti a piedi perché il team era stato venduto. Ricordo anche il ’94. Ero rimasto fermo per quasi un anno dopo aver gareggiato con la Minardi e mi sono trovato a correre in Brasile con soli 120 Km di test fatti ad Imola ed ho fatto segnare il sesto tempo. Altrettanto bello il settimo tempo ottenuto a Montecarlo. Momenti davvero magici. È difficile paragonare i piloti di adesso con quelli di una volta e non mi è mai piaciuto schierarmi da una parte o dall’altra. Sostengo però che i campioni veri non hanno epoche, quindi un Senna o un Hamilton sarebbero veloci a prescindere dal periodo storico in qui vogliamo collocarli. Le monoposto invece sono cambiate molto, un tempo lo sforzo fisico veniva messo a dura prova. Ricordo il Gran Premio del Brasile del ‘90 in cui non vi nascondo ho sperato in una rottura del motore… Sono arrivato al traguardo con la sensazione di aver combattuto con Mike Tyson”.   

Due titoli nella Superstars e tanti anni di gare. Quale è la prima parola che ti viene in mente pensando a questa serie?

“Senza ombra di dubbio “rimpianto”. È stato un campionato bellissimo, organizzato bene, che ruotava intorno ad un’idea geniale. Penso che avrebbe avuto ancora tanto da dire, ma purtroppo anche le belle storie finiscono. Mi vengono in mente battaglie con belle auto e piloti davvero agguerriti. È stata il degno erede del Superturismo, riuscendo nell’impresa di riportare il pubblico in pista. Forse il tentativo di volerlo rendere internazionale si è rivelato un’arma a doppio taglio, ma non è detto che le sorti del campionato sarebbero cambiate qualora fossimo rimasti a correre solo in Italia… ”  

Ti abbiamo visto protagonista successivamente nel WTCC e nel TCR. Cosa ti porti dietro da queste altre esperienze?

“Il WTCC aveva gran belle macchine, ma l’avvento della Citroën per quanto se ne dica ha determinato la fine di tutto. Ho creduto subito al TCR, che tutt’ora è un progetto fantastico. Ammiro quello che è riuscito a fare Marcello Lotti, soprattuto all’inizio quando un pò tutti erano scettici. Anche in questo caso penso che la scesa in campo delle case abbia intaccato in parte la bellezza di questo campionato, in cui mi sono divertito ed in cui ho creduto molto”.    

Quest’anno l’esordio nella Nascar. Cosa ti ha spinto a scegliere questa categoria?

“Dopo bei anni nel TCR con il team West Coast Racing con cui avevo un’ottimo rapporto ho pensato di ritirarmi, ma dentro di me l’amore e la passione per questo sport è ancora viva come dicevo inizialmente. Parlando con un amico in comune con la famiglia Canneori, Gabriele Marotta, si è prospettata la possibilità di fare un test con la Caal Racing. Da li è nato il raggiungimento di questo accordo. Sarà sicuramente una nuova sfida per me, anche se ho guidato per due anni vetture simili nella Speedcar in Medio Oriente”.       

Da avversari a compagni di squadra, come affronterai questa nuova esperienza con la CAAL Racing?

“Fortunatamente abbiamo avuto da sempre un profondo rispetto, anche quando ci siamo confrontati in passato. Sicuramente questo aspetto ci ha permesso di arrivare oggi a tutto questo. Trovarci a correre insieme provoca un piacere reciproco che spero si traduca in buoni risultati”.

Una vita con tanto sport anche fuori dagli autodromi, a partire dal golf, da dove nasce questa tua grande passione?

“Innanzitutto voglio sfatare il mito che vede il golf come uno sport per i meno giovani. Oggi come nel mondo delle auto, i golfisti iniziano già a sei o sette anni per affacciarsi il prima possibile ad una carriera da professionisti. Quello che mi lega a questa disciplina sono le contrapposizioni con la pista, come i tempi molto dilatati. Quando stai per affrontare una curva in auto non puoi pensare troppo, mentre nel golf magari prima di raggiungere la buca decisiva devi percorrere a piedi lunghe distanze che permettono al cervello di elaborare molte più cose. Secondo aspetto è legato al silenzio, determinante quando si è sull’erba e totalmente assente in un autodromo”.

Sperando che accada il più lontano possibile, cosa farà Gianni Morbidelli una volta appeso il casco al chiodo?

“Sono arrivato al mio quarantesimo anno nel motorsport, quindi non penso che questo momento sarà lontano. Attualmente non penso che rimarrò nel mondo delle corse, sto avviando una serie di progetti tra cui anche uno con altri piloti relativamente alla sicurezza stradale. L’unica certezza è che qualsiasi strada percorrerò avrà la stessa cura e dedizione che ho riversato nella mia carriera da pilota”.

Share Button