Formula 1
I caschi di Formula 1, simbolo dei tempi
Photo Credit: Pressracing.com

I caschi di Formula 1, simbolo dei tempi

Tutti i colori del mondo. Nessuna limitazione alle livree dei caschi. Questo è quanto è stato deliberato dalla FIA. Dal 2020 i piloti di Formula 1 potranno cambiarne la colorazione e i disegni quando gli pare e non solo una volta nel corso della stagione, come accadeva in passato. Sperando sempre che la stagione parta davvero e parta in fretta, alla pari con la risoluzione del problema sanitario internazionale.

Inutile dire che questo è un modo per non privare ulteriormente la libertà dei piloti in una Formula 1 come quella di oggi, che appare sempre più blindata e che ha chiuso i cancelli della pit-lane persino alle “grigliette”.

Però quanto erano belli i caschi di una volta. Il fascino di quello tutto nero, con il nome e cognome a caratteri cubitali bianchi, di James Hunt. Oppure quello del rosso fiammante di Niki Lauda (nella foto in alto). L’emozione in più per il pubblico era distinguere le monoposto, tutte diverse tra loro, ed individuare dal casco il pilota, a volte un autentico simbolo scaramantico.

Vi ricordate quello di Carlos Pace. Il paulista (che morì in un incidente aereo nel ’77) ne sfoggiava uno nero con la freccia gialla che puntava in basso e della quale, sul consiglio di uno stregone brasiliano, ne cambiò il verso.

A proposito di brasiliani, il casco più replicato di tutti è quello di Ayrton Senna. Semplice, con le bande orizzontali gialle e verdi che richiamano la bandiera del suo paese. Tanti sono stati i piloti che lo hanno copiato. Uno dei primi, per chi se lo ricorda, fu Giambattista Busi, campione italiano di F3 nel 1991. Anche il casco di Lewis Hamilton ne trae chiaramente ispirazione.

Jean Alesi (sopra) usò invece un casco che riprende quello di Elio De Angelis, scomparso nell 1986 a Le Castellet in seguito a un incidente nei test privati con la Brabham. E quegli stessi colori adesso sono nel casco di Giuliano Alesi, il figlio di Jean.

Da padre a figlio, come il mestiere (quello di pilota) in molti casi si sono tramandate anche le livree. Il casco di Jacques Villeneuve riporta un disegno simile a quello che aveva adottato Gilles, con dei colori però completamente differenti. Il figlio dell’ex ferrarista debuttò in auto nel CIVT (nel 1988) usando proprio uno dei caschi del papà.

Quasi del tutto uguale il casco di Damon Hill a quello del padre Graham, che era tutto nero con delle strisce verticali bianche; in pratica dei remi stilizzati, simbolo della squadra di canottaggio (il London Rowing Club) a cui apparteneva quello che rimane ancora oggi uno dei piloti più eleganti della storia delle corse. Praticamente identici i caschi di Mario e Michael Andretti. Christian Fittipaldi copiò invece il casco del padre Wilson ma invertendo i colori, con delle gocce verdi su un sobrio giallo a tinta unita.

In quanto a patriottismo non può non essere ricordato il casco di Jackie Stewart, con il tartan scozzese, e quello del suo connazionale David Coulthard completamente blu con una croce di Sant’Andrea bianca. Sul casco di Nigel Mansell campeggiavano invece i colori della Union Jack inglese.

Uno dei primi caschi dell’era moderna, se così si può dire, fu quello di Ignazio Giunti (a destra). Il romano, tragicamente scomparso nella 1000 Km di Buenos Aires del 1971, vi aveva fatto riprodurre un’aquila bicefala.

Nelle livree più semplici, c’è oggi la ricetta per distinguersi dagli altri. Prendi il giovane ticinese Alex Fontana, che ha voluto emulare il casco del compianto Tom Pryce, sfortunata meteora degli anni settanta. Una scelta certamente in contro tendenza.

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