Blancpain GT Series
I Bentley Boys sono vivi e vegeti…
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I Bentley Boys sono vivi e vegeti...

La doppia vittoria ottenuta dalla Bentley nelle gare di Silverstone e Paul Ricard della Blancpain Endurance Series 2014, ha riportato le luci dei riflettori sul prestigioso marchio britannico (dal 2003 di proprietà completa della Volkswagen) e sul suo carico di storia e gloria che affonda le sue radici in anni ormai lontanissimi.

Sulle fiancate e sul cofano delle Bentley Continental GT3 gestite nella Blancpain Endurance Series dalla M-Sport, campeggiano i numeri di gara 7 e 8. E non è una scelta casuale. Si tratta infatti dei numeri feticcio che la Casa di Crewe ha ostentato in diverse occasioni alla 24 Ore di Le Mans, gara che la Bentley ha vinto per sei volte (nel 1924, poi quattro edizioni consecutive tra il 1927 e il 1930 e infine nel 2003).

E proprio negli anni tra le due Guerre, quando gli inglesi dominavano sulla Sarthe, nacque il mito dei Bentley Boys: il leggendario Woolf Barnato, vincitore di tre edizioni della 24 Ore francese, poi sir Henry Birkin, Glen Kidston, Sammy Davis, Dudley Benjafeld e Bernard Rubin, cioè i ragazzi terribili che alimentarono con le loro gesta il patriottismo britannico sugli acerrimi rivali francesi. Sul podio si presentavano con le loro tute bianche indosso e le cuffie in pelle in testa. Come nel 1929, quando i Bentley Boys ottennero un clamoroso quattro su quattro.

Dopo 73 anni la storia si è ripetuta. Alla 24 Ore di Le Mans del 2003 le Bentley (va be’, i maligni sostengono che fossero delle Audi dipinte di verde, anche se a Ingolstadt giurano che non è vero…) hanno dominato: Tom Kristensen, Dindo Capello e Guy Smith, sul gradino più alto podio, e i compagni Johnny Herbert, Mark Blundell e David Brabham, secondi classificati, tutti agghindati come i Bentley Boys dei ruggenti anni ’20.

A fare da trait d’union tra il 2003 e il 2014, l’ultimo dei Bentley Boys, è dunque rimasto Guy Smith, vincitore assieme ai compagni Steven Kane e Andy Meyrick sia a Silverstone che a Le Castellet. Il quarantenne inglese è oggi il simbolo dell’ennesima rinascita della “B” alata e dopo la vittoria in terra di Francia, forte della sua fiducia nella Continental GT3, si è sbilanciato: «Andiamo a Spa per vincere la 24 Ore».

Parole non certo al vento, ma piuttosto forti. Anche perché l’avventura della Bentley Continental GT3 nelle gare Endurance GT era nata tra i dubbi di molti addetti ai lavori che avevano storto il naso di fronte alla “berlinona” di lusso anglo-tedesca, ritenendola poco adatta alle competizioni di massimo livello. I tecnici della M-Sport hanno invece smentito tutti, realizzando una vettura che adesso deve superare solo le ultime prove del fuoco, la 24 Ore di Spa, appunto, e la 1000 Km del Nürburgring, prima di entrare di diritto nel novero delle Bentley leggendarie.

In realtà ai più attenti non sarà sfuggito che il lancio della più recente versione della Bentley Continental GT stradale sia stato effettuato senza lasciare nulla al caso. Ad esempio, nel 2011, lo scrittore Jeffery Deaver, un “best-seller maker” da venti milioni di copie, venne fotografato al volante della Continental che compariva nel suo romanzo “Carte Blanche”, ultimo romanzo della saga di James Bond/007, apocrifo ma approvato dagli eredi di Ian Fleming, in cui si è fatta giustizia una volta per tutte circa le preferenze automobilistiche del più famoso Agente segreto di sua Maestà. La verità è che Bond guidava una Bentley e non una Aston Martin. La leggenda, mica tanto falsa peraltro, narra che per produrre il terzo film della saga (“Goldfinger”) la produzione avesse pensato di acquistare tre Bentley Continental (una era già apparsa in “Dalla Russia con amore”, secondo episodio della serie). Ma il loro prezzo era inavvicinabile, così si ripiegò, si fa per dire, sulla Aston Martin DB5 che erano più a buon mercato, si fa sempre per dire. Nacque così il falso storico dell’accoppiata Bond (in questo caso Sean Connery) e Aston Martin che si è perpetuata fino a “Skyfall” del 2012.

Deaver non ha fatto altro che seguire e rispettare il “canone bondiano” riprendendo quanto originalmente scritto da Fleming in “Thunderball” e in “Al servizio segreto di Sua Maestà”, dove descrisse con dovizia di particolari l’incontro tra Bond e la “sua” Continental: Si trattava di una Mk.V Continental che qualche ricco idiota aveva sposato con un palo telegrafico sulla Great West Road. Bond aveva acquistato il rottame per 1.500 sterline quindi Rolls l’aveva restaurata montando un nuovo motore Mark VI.

Difficile credere che tutte queste mosse non siano state architettate a tavolino dagli impressionanti uffici marketing della Volkswagen: da Jeffery Deaver a Guy Smith, tutto sembra essere stato felicemente architettato perché si tornasse a parlare della “B” alata e dei Bentley Boys. Certo, se la nuova Continental GT3 fosse stata una schiappa, tutto sarebbe stato molto più difficile.

Giuseppe Valerio

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