USCC
C’era una volta… la 12 Ore di Sebring

C'era una volta... la 12 Ore di Sebring

Nell’anno di grazia 1952, il giorno 8 marzo, sul campo dell’ex aeroporto militare di Hendricks Field, in Florida, situato nei pressi della cittadina di Sebring, nella contea di Highlands, si disputò la prima edizione del “Sebring Grand Prix of Endurance”, gara di durata sulla distanza di 12 ore.

Poco più di un anno prima, il 31 dicembre del 1950, sullo stesso tracciato si era disputato il “Sam Collier Memorial, Sebring Gran Prix of Endurance” sulla distanza di sei ore. Seppure antesignana della 12 Ore, quella solitaria 6 Ore è stata sempre considerata solo come una sorta di prologo e comunque mai collegata alle vicende e alla storia della “12 Ore” che da quell’8 marzo 1952, con la sola eccezione del 1974, è stata disputata ogni anno divenendo uno degli appuntamenti più importanti nella stagione dell’Endurance internazionale.

Ma la storia del tracciato della Florida è soprattutto quella degli uomini e delle macchine che ne hanno segnato le vicende: Tom Kristensen, su tutti, dopo avere stabilito il record di vittorie nella 24 Ore di Le Mans, che con quella ottenuta il 18 marzo 2012 ha stabilito il record assoluto anche nella 12 Ore, accumulandone mezza dozzina. Lo segue Dindo Capello, cinque vittorie tra il 2002 e il 2012 nella “mezza maratona” americana, e poi ancora Allan McNish, che di vittorie ne ha totalizzate quattro, così come l’ex compagno in Audi Frank Biela. Non è un caso se quelli citati sono tutti piloti che hanno ottenuto le loro vittorie al volante di biposto Audi. La Casa di Ingolstadt dal 2000 al 2013 ha centrato la vittoria assoluta ben 11 volte, risultando sconfitta nello stesso periodo in sole tre occasioni (nel 2008 da parte della Porsche; nel 2010 e 2011 dalla Peugeot). I primi piloti “storici” nella classifica dei più vincenti di tutti i tempi sono Mario Andretti e Hans-Joackim Stuck, ormai lontani nel tempo e nella memoria.

Le undici vittorie assolute a Sebring dell’Audi, però – a meno di mutamenti regolamentari improbabili nel breve periodo – non saranno incrementate. La 12 Ore è uscita dal WEC ed è rientrata nell’IMSA, mantiene tutto il suo prestigio, ma non può ammettere al via i prototipi LMP1 ibridi di Le Mans.

Nella graduatoria delle marche vincitrici resta in cima la Porsche che conta ben di 18 vittorie, 13 delle quali consecutive (dal 1976 al 1988). In seconda posizione c’è la Ferrari, che di centri a Sebring ne ha totalizzati 12, tutti ottenuti durante l’epoca d’oro del Mondiale Marche, tra il 1956 e il 1972, tranne gli ultimi tre (1995, 1997 e 1998) conseguiti grazie alla F333 SP, l’ultima vettura Sport sino ad oggi progettata a Maranello. Indimenticabili per gli italiani anche le vittorie della Osca, nel 1954, e della Maserati, nel 1957.

Sebring è sempre stato considerato un tracciato piuttosto duro per la meccanica, soprattutto per via della particolare conformazione mista del tracciato che alterna l’asfalto di Hendricks Field, con i lastroni in cemento (“concrete”) della zona aeroportuale vera e propria: difficile azzeccare le gomme giuste.

Nel corso della sua storia ultra sessantennale a Sebring, così come in tutto il motor sport, sono state scritte pagine epiche, tragiche ma alle volte anche comiche. Tra queste ultime, i clamorosi errori dei cronometristi che nel 1955 assegnarono la vittoria alla Jaguar di Mike Hawthorn e Phil Walters invece che alla Ferrari di Phil Hill e Carroll Shelby. L’arrivo “quasi” in volata della 12 Ore, con le due vetture protagoniste che negli ultimi chilometri erano staccate solo di una manciata di secondi, determinò una gran confusione nello stilare la classifica finale ufficiale. In un primo momento erano stati dichiarati vincitori Hill e Shelby per poi essere declassati al secondo posto in favore della Jaguar di Hawthorn e Walters, che per altro era rimasta senza benzina nel giro conclusivo. Inutili furono le accese proteste del rappresentante della Ferrari, il “Maestro” Nello Ugolini. La decisione venne rimandata dai frastornati organizzatori americani ad uno “special board” di New York che un paio di settimane dopo ufficializzò – sulla base dei documenti ufficiali dei cronometristi presentati dal loro capo Joe Lane – la vittoria della Jaguar di Hawthorn-Walters per 25” sulla Ferrari di Hill-Shelby. Sulla base di cosa sia stato stabilito tutto ciò non è mai stato chiarito: Ugolini, finché è rimasto in vita, ha sempre giurato che a vincere realmente fossero stati Hill e Shelby con la Ferrari.

La stessa tragicomica confusione con i cronometri fu la protagonista della “epica sconfitta” di Nino Vaccarella e Willy Mairesse nella 12 Ore del 1963. Quel giorno le nuove Ferrari 250 P dominarono la gara con John Surtees e Lodovico Scarfiotti davanti ai compagni Vaccarella e Mairesse. Accadde però che la Ferrari di Surtees fosse costretta ai box per tre giri per via di una laboriosa riparazione causata da un problema elettrico. Della sosta di John, – ricorda Nino Vaccarella – si accorsero tutti tranne i cronometristi americani. Fu assolutamente incredibile, tutti avevano visto, tutti sapevano, ma le decisioni dei cronometristi, che ai miei occhi apparvero solo dei cow-boys presuntuosi, rimasero irrevocabili. L’allora Direttore Sportivo della Ferrari, Eugenio Dragoni provò a protestare direttamente con l’organizzatore della 12 Ore, Alec Ulmann, ma senza esito. Anzi, lo stesso Ulmann ribadiva duramente che il problema era inesistente e che per lui le comunicazioni dei cronometristi erano l’unica verità. Vaccarella si sarebbe rifatto nel 1970, portando prima al traguardo la Ferrari 512 S assieme a Ignazio Giunti e Mario Andretti.

La storia più recente della 12 Ore ci ricorda la vittoria nel 2001 di Michele Alboreto, ultima, grande affermazione del campione milanese, poche settimane prima della sua tragica scomparsa durante un test con l’Audi sul circuito del Lausitzring, in Germania.

La vigilia della stessa 12 Ore del 2001 venne funestata dalla notizia della assurda morte di Bob Wollek: l’asso francese venne travolto da un anziano automobilista mentre si allenava in bicicletta nelle stradine attorno al circuito. Wollek a Sebring aveva vinto una volta sola, nel 1985, in coppia col mitico AJ Foyt.

Sebring ha vissuto giornate tragiche anche direttamente in pista: la più funesta resta l’edizione 1966. Quel giorno avvennero due incidenti che costarono la vita prima al pilota della Ford Bob McLean e quindi a quattro spettatori, vittime del tremendo scontro tra la Ferrari di Mario Andretti e la Porsche di Don Wester.

Ricordi meno dolorosi sono quelli della leggendaria impresa di Capello, Kristensen e McNish, che nel 2009 riuscirono a prevalere sulla Peugeot di Franck Montagny, Oliver Sarrazin e Sebastien Bourdais per soli 22 secondi, dopo una gara tiratissima, decisa solo nel quarto d’ora finale. Con questa fa il paio l’edizione precedente, quella del 2008, in cui le vetture della Classe Lmp2 (i prototipi “leggeri”) riuscirono a battere le più potenti e performanti Lmp1: le Porsche Spyder Lmp2 marcarono così una clamorosa doppietta a scapito di Audi e Peugeot.

Come da consolidata tradizione delle gare Endurance, al via sono ammesse vetture di categorie e potenze estremamente diverse: da anni, gara nella gara, appassiona il pubblico anche la sfida tra le GT. La imminente 12 Ore 2014 sarà una sfida al calor bianco tra Aston Martin, Bmw, Corvette, Ferrari e Porsche: tutte con vetture e piloti di fatto ufficiali.

Ma per raccontare le vicende complete di sessantuno edizioni della 12 Ore (la prossima sarà la numero 62), le storie degli uomini e gli eventi legati alle macchine non basterebbe una enciclopedia. Perché, come amano ripetere gli americani, This is the greatest America’s Sport race, la più importante gara di durata d’America. E come dargli torto.

Giuseppe Valerio

Share Button