F.4 Italia
Andrea Rosso, dal kart alle monoposto

Andrea Rosso, dal kart alle monoposto

Quindici anni compiuti lo scorso 19 ottobre, Andrea Rosso, giovanissimo talento del motorsport classe 2003, vanta già dieci stagioni di militanza nel comparto del karting con alle spalle tante gare disputate in ogni parte del mondo, dalla Svezia al Bahrain, e un invidiabile bagaglio di esperienze maturate su mezzi di assoluto livello del calibro di BirelArt, Tony Kart e CRG, leader mondiali nella costruzione di telai.

Nato a Cirié, comune adagiato nella città metropolitana di Torino, in Piemonte, e residente a Borgaro, Andrea si è affidato alla gestione di Minardi Management, società facente capo a Giovanni Minardi, figlio di Gian Carlo Minardi, fondatore dell’omonimo team presente in Formula 1 dal 1985 al 2005, con l’obiettivo dichiarato di approdare nel 2019 in Formula 4 Italia allo scopo di concretizzare l’ambito passaggio in monoposto dopo alcune prove di acclimatamento sostenute sulla Tatuus spinta dal propulsore turbocompresso Abarth di 1.4 litri.

Abbiamo incontrato il giovanissimo pilota piemontese in una pausa tra una lezione scolastica e l’altra, potendo così delineare il ritratto di un teenager risoluto i cui occhi trasudano passione e convincimento nelle proprie potenzialità.

Andrea, nell’ultimo scorcio di 2018 hai svolto dei test in monoposto per il team Antonelli e il team DRZ Benelli. Puoi descrivermi le tue sensazioni dopo i primi chilometri al volante di una Tatuus della Formula 4 Italia? 

«Il passaggio dal kart alla Formula 4 rappresenta un bel salto per qualsiasi pilota. La differenza principale va ovviamente ricercata nella potenza erogata dal mezzo, anche se l’ostacolo più grande che ho dovuto affrontare riguarda la preparazione fisica. Il feeling con la monoposto, infatti, dopo qualche test si riesce a trovare, mentre per essere pronti fisicamente a sostenere tanti giri in pista al massimo della concentrazione occorre lavorare duro in palestra. Per il resto sono rimasto molto impressionato dal freno della Tatuus: ho avuto la sensazione di andare letteralmente contro un muro perché frenare a cento bar di pressione non è uno scherzo per chi è abituato a destreggiarsi sui kart. Per me che sogno la Formula 1 aver provato una vettura di Formula 4 è un primo obiettivo che si realizza».

Che ambiente hai trovato rispetto a quello del karting?

«Sicuramente il mondo del kart, soprattutto in Italia che ne è la patria d’elezione, ha raggiunto un livello di assoluta professionalità: basta fare un giro in un paddock per ammirare motorhome incredibili. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, spesso i paddock frequentati dalle squadre impegnate nelle formule addestrative sono più semplici, in apparenza persino più scarni. Nelle formule, in generale, ci sono meno meccanici intenti a lavorare sulla tua monoposto, sebbene il pilota possa disporre del vantaggio di avere un ingegnere di pista personale che analizza i dati della telemetria e li elabora secondo le esigenze del singolo. Nel karting, invece, si ha spesso un solo ingegnere al servizio di una decina di piloti, ma appunto è un mondo ben diverso da quello delle formule».

Cosa ti aspetti dal 2019 per quanto attiene alla tua carriera nel motorsport? Sarai in Formula 4 Italia?

«Sto lavorando per questo! Dopo dieci anni spesi nel karting è arrivato il momento giusto per concretizzare il salto in monoposto. Ho iniziato a gareggiare all’età di quattro anni, oggi ne ho quindici e se voglio avere delle chances per diventare un professionista è ormai giunto il tempo di alzare ulteriormente l’asticella. Se, come spero, il programma diventerà realtà, non debutterò sicuramente con un top team perché il budget me non lo permette, ma di certo concludere nella top 5 del campionato con un’altra squadra sarebbe ugualmente un ottimo risultato. All’inizio, forse, sarà più difficile ottenere buoni piazzamenti, ciononostante vincere la classifica riservata ai rookies potrebbe rappresentare un buon viatico per il futuro. Al momento non abbiamo ancora chiuso le trattative e assieme al mio staff stiamo valutando con attenzione le opportunità che alcuni team, in pole position per un eventuale accordo, sono in grado di offrire».

Ritieni che la Formula 4 rappresenti il palcoscenico ideale per un kartista intenzionato a passare in monoposto?

«Sì, sono convinto che la Formula 4 sia un passaggio obbligatorio per chi arriva dal mondo del karting. Se un pilota riesce a mostrare buone cose già all’esordio possono infatti aprirsi delle porte importanti, non necessariamente in monoposto, visto che correre con vetture GT sarebbe comunque un’ottima alternativa».

Nel novembre 2018 hai partecipato al Supercorso Federale ACI Sport andato in scena presso l’autodromo romano di Vallelunga. Come valuti questa esperienza?

«Devo innanzitutto ringraziare Minardi Management per avermi inserito in questo programma dedicato ai giovani piloti. Per me è stata una bellissima esperienza, particolarmente formativa sia fuori che dentro la pista. Ho provato per due giorni una monoposto di Formula 4 potendo contare su diversi ingegneri con cui dialogare e scambiare impressioni, una chance non da poco perché in questo modo ho potuto raccogliere feedback differenti. Il primo giorno abbiamo lavorato duramente sulla preparazione fisica e devo ammettere che la sera non vedevo l’ora di andare a letto! L’ultimo giorno, invece, sono salito sulla Wolf GB08 Thunder che compete nel Campionato Italiano Prototipi, una sorta di monoposto carenata che va più forte di una Formula 4 a causa del rapporto peso-potenza ed ha un cockpit da astronave. Nel complesso ho vissuto quattro giorni molto intensi e stimolanti dal punto di vista personale e del pilotaggio anche perché ho compreso quanto sia importante trovare il giusto feeling con mezzi diversi così da fornire gli adeguati riscontri agli istruttori».

Come è nata la tua passione per la velocità?

«Da bambino trascorrevo molte ore a giocare con le macchinine. Nei primi tempi non c’era probabilmente l’idea di mettermi alla prova su un kart, mio padre però ha capito ben presto la mia passione sfrenata per le automobili e ha voluto portarmi a fare un test in pista. Stiamo parlando di uno sport molto impegnativo, sia per chi lo pratica che per la famiglia, sotto il profilo economico e organizzativo, ma se un ragazzo è mosso da vera passione i sacrifici quasi non ti pesano e mio padre, nella fattispecie, vede che in me c’è tanta voglia di dedicarmi alle corse. Con la scuola non è facile perché sono costretto a fare tante assenze e devo organizzarmi bene i compiti e lo studio: ovviamente conseguire buoni risultati in aula è fondamentale affinché io possa continuare la mia carriera nel motorsport».

Qual è il tuo bilancio di pilota in ascesa dopo dieci anni nel karting?

«Positivo, anche se ovviamente non posso essere soddisfatto al cento per cento. Sono convinto di avere sfruttato bene le opportunità che mi sono state date, per esempio quando ho vinto il campionato italiano Easykart 60 e i miei genitori mi avevano messo nelle condizioni per esprimermi al meglio. Sempre i miei genitori, inoltre, mi hanno offerto la chance di volare in Bahrain nel 2016 e questa a mio parere è stata la svolta che mi ha consentito di trovarmi nella posizione in cui sono oggi. Nella classe OK Junior, sul circuito di Manama, ero il più giovane al via ed alla fine di quel weekend ho mostrato di che pasta sono fatto, anche se partivo sesto e purtroppo ho chiuso fuori dalla top ten a causa di qualche contatto di troppo. Al di là del risultato di tappa, però, il team Baby Race mi ha notato proprio in quell’occasione dandomi l’opportunità di correre con loro l’anno dopo ad alti livelli. Ho quindi conquistato la WSK Super Master Series nella OK Junior, il Trofeo Andrea Margutti e anche nella Winter Cup mi sono ben comportato. Nella seconda metà dell’anno 2017 ho avuto alti e bassi: a dire il vero verso il finale della stagione non ero nemmeno più tanto convinto delle mie potenzialità perché i risultati tardavano ad arrivare e la sfiducia stava subentrando, poi però il passaggio nella classe OK mi ha per così dire rivitalizzato regalandomi nuova linfa. Nel 2018 mi sono misurato con piloti del calibro di Lorenzo Travisanutto, che a diciannove anni si è laureato campione del mondo classe OK, e adesso posso dirmi entusiasta quando ripercorro mentalmente questi dieci anni che mi hanno portato a conoscere tante persone interessanti».

Che tipo di pilota ritieni di essere?

«Con l’esperienza sono mutato parecchio. Nella classe Easykart 60 non mi tiravo mai indietro quando c’era da restituire una sportellata a un avversario particolarmente ostico, mentre oggi credo di essere più conservativo nell’approccio. Spingere come un dannato all’ultimo giro di gara quando hai un bel vantaggio non serve a niente: l’ho imparato a mie spese tempo fa ad Adria quando mi è saltata la catena su un cordolo perché stavo andando troppo forte in un frangente in cui non ce n’era la necessità. Oggi, per così dire, ragiono di più quando sono in pista e penso che questa sia un’evoluzione naturale per un pilota. A volte me ne pento perché forse con un’azione al limite potrei guadagnare una posizione al fotofinish, ciononostante cerco di evitare manovre troppo rischiose quando non ci sono le condizioni per portarle a termine con successo. Nel 2018 in classe OK sono stato parecchio al limite e per non gettare al vento un risultato sicuro è capitato che tirassi un po’ i remi in barca».

Una domanda che credo interesserà i tanti giovani desiderosi di intraprendere una carriera nelle corse: come hai fatto ad arrivare fino a qui?

«Di sicuro i miei genitori mi hanno dato una grande opportunità. Adesso, in vista dell’approdo in monoposto, ho un’altra occasione davanti a me, che intendo sfruttare senza indugio. Sono consapevole del fatto che il mondo del motorsport è molto difficile.  I fattori da considerare sono molteplici e in questo ambiente non mancano le persone intenzionate a metterti i bastoni tra le ruote. Per questo ringrazio mio padre che è sempre molto guardingo nelle scelte. È vero, noi non abbiamo le opportunità economiche di chi può comprarsi un team di Formula 1, ma se credi in te stesso e ti rendi conto dei tuoi limiti puoi arrivare ugualmente in alto. Personalmente ho le idee chiare su dove voglio arrivare e credo di dimostrarlo ogni giorno a chi investe su di me; se ci saranno le condizioni e si svilupperanno le opportunità giuste l’obiettivo è fare della mia passione una professione».

Perché con la tua famiglia hai deciso di affidarti alla gestione di Minardi Management? Inoltre, come ti ha accolto patron Gian Carlo nel team e che persona è Gian Carlo per chi non lo conosce?

«Gian Carlo è una persona splendida. Io, però, sono più a contatto con suo figlio Giovanni. Inizialmente con mio padre non avevamo intenzione di stringere accordi con nessun manager, ci gestivamo da soli e andava bene così, poi invece è arrivata una chance da Minardi. A quel punto, valutando il nome e i possibili sbocchi per la mia carriera, abbiamo sposato in toto il progetto».

Chi è Andrea fuori dai circuiti?

«Frequento la seconda superiore in un liceo scientifico di Torino. Studiare, per così dire, è un mio dovere perché a tal proposito i miei genitori sono stati chiari: se non vado bene a scuola niente corse! Lontano dalle piste sono un ragazzo normale, ho le mie amicizie e le mie passioni, tra le quali lo sci, che mi accompagnano. Praticare sport mi ha sempre attirato e qualsiasi tipo di sfida riesce facilmente ad esaltarmi. Abito a Borgaro, nell’hinterland torinese, che dista una mezzora dal capoluogo: vivere fuori città è più tranquillo e gli spostamenti non rappresentano un problema».

Come percepisce un teenager italiano il mondo Ferrari e la vertiginosa crescita agonistica del ventunenne Charles Leclerc, neopromosso titolare dalla compagine del Cavallino a fianco di Sebastian Vettel?

«La Ferrari è un sogno! Da tifoso della Rossa è sicuramente il top a cui potrei ambire nella mia carriera. Preferisco tuttavia essere realista e pensare all’attualità senza guardare a obiettivi così lontani. Per quanto riguarda Leclerc devo ammettere che lo ammiro molto, è un giovane a cui mi sento più vicino, soprattutto per ragioni anagrafiche, rispetto a un Vettel o a un Hamilton che hanno già arpionato diversi titoli mondiali. Negli ultimi tre anni ha eseguito alla perfezione il compito che gli era stato affidato; ha vinto la GP3 Series nel 2016, poi ha conquistato la Formula 2 al primo tentativo nel 2017 ed è arrivato in Formula 1 nel 2018. A mio avviso per valutare un pilota bisogna soppesare le sue potenzialità in relazione al materiale di cui dispone e lui nelle ultime stagioni era nella condizione ideale per vincere. L’ha fatto alla grande e nel 2018, approdato nel Circus, ha demolito il suo compagno di squadra, decisamente più esperto, limitando gli errori e gestendo ottimamente la pressione. Charles ha così dimostrato di essere più maturo di molti altri piloti con svariati chilometri alle spalle su una vettura di Formula 1. Sono curioso di vedere cosa combinerà al suo primo anno di stanza a Maranello».

Ermanno Frassoni

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