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Alla Riley EcoBoost la 12 Ore di Sebring
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Alla Riley EcoBoost la 12 Ore di Sebring

La prima 12 Ore di Sebring senza i prototipi della Classe LMP1 si è conclusa con la vittoria della Riley DP Ford EcoBoost di Scott Pruett, Memo Rojas e Marino Franchitti, che ha preceduto dell’inezia di poco più di quattro secondi la HPD Arx-03b Honda di Scott Sharp, Ryan Delziel e David Brabham.

L’accenno iniziale alla mancanza delle LMP1 non è casuale, perché la vettura prima classificata è una Daytona Prototype (ex Grand-Am), la seconda è invece una LMP2. Da quest’anno la 12 Ore di Sebring non ammette più al via le vetture della classe regina di Le Mans e questa è una sfortuna per tutti. Nel passato, anche recente, la gara della Florida è stata il primo banco di prova ufficiale della stagione endurance: Audi, Lola e Peugeot si erano presentate in forze con le loro LMP1 per un test di durata probante, oltre che per l’intrinseco prestigio della competizione in sé. In verità, qualche mese addietro si era cullata la speranza di potere vedere in gara, sebbene fuori classifica, anche le LMP1, ma poi l’eventualità è svanita e con essa anche la possibilità di vedere all’opera, l’un contro l’altra armate, la nuova Audi R18 e-tron quattro e la nuovissima Porsche 919 Hybrid.

Questo stato di cose ha tolto un pizzico di interesse alla 12 Ore, che è stata comunque una gara avvincente, risoltasi solo nell’ultima mezz’ora, quando Franchitti ha saputo sfruttare al meglio il vantaggio offertogli dall’ultima safety car che ha annullato il vantaggio accumulato fino a quel momento da Delziel. Quest’ultimo era in piena lotta con Sebastien Bourdais; il francese ex F.1, in equipaggio con João Barbosa e Christian Fittipaldi, ha sperato fino all’ultimo di potere bissare il successo ottenuto alla 24 Ore di Daytona, ma alla fine si è classificato terzo a meno di nove secondi dai vincitori.

Lo spettacolo in pista non è dunque mancato, i contenuti tecnici forse si. Perché la nuova United SportsCar (unione tra la ex Grand-Am e la ex American Le Mans Series) ha deciso di “auto castrarsi” eliminando dalle sue griglie di partenza le vetture più performanti e, almeno per noi europei, più interessanti.

In questa ottica funzionano molto meglio le categorie riservate alle GT che sono due, la GTLM e la GTD: la prima non è niente altro che la Classe GTE/Pro unita alla GTE/Am di Le Mans; la seconda è erede diretta della GT Grand-Am e ammette al via vetture in configurazione molto vicina a quella delle GT3 europee.

Nella GTLM a Sebring erano iscritte 11 vetture: due Ferrari 458 Italia, due Corvette C7-R, due SRT Viper GTS-R; due BMW Z4 GTE, tre Porsche 911 RSR. Rispetto a Daytona mancava solo l’Aston Martin, che ha rinunciato alla 12 Ore di Sebring a causa del balance of performance ritenuto troppo svantaggioso per la sua Vantage V8: una rinuncia che dovrebbe fare riflettere circa l’applicazione di un sistema di bilanciamento delle prestazioni applicato a vetture ufficiali (poche storie! Sebbene iscritte da scuderie private, tutte le GTE/Pro sono vetture ufficiali al 100%) guidate esclusivamente da piloti professionisti.

Le undici GTLM presenti a Sebring hanno dato vita ad una bella battaglia dalla quale è purtroppo mancata troppo presto la Ferrari. L’unica 458 Italia “Pro” (Professionisti), affidata al trio Gimmi Bruni, Giancarlo Fisichella e Matteo Malucelli, è stata messa fuori gara da un incidente occorso all’ultimo dei tre. Duole notare come per il pilota di Forlì si tratti del secondo “botto” consecutivo dopo quello occorsogli a Daytona. Anche perché in entrambe le maratone americane la 458 è apparsa, nonostante qualche problema di troppo in prova, veramente in grado di poter vincere.

Così, a Sebring ha vinto la Porsche di Long-Christensen-Bergmeister, davanti alla non irresistibile SRT Viper di Bell-Bomarito-Wittmer. Solo quarta la Ferrari di Andrea Bertolini, ma la prestazione del campione di Sassuolo è stata da incorniciare: al volante di una vettura “Am” (Amatori), dunque per regolamento non aggiornata e vecchia di un paio di anni, e affiancato da due gentlemen driver (il proprietario della macchina, Tracy Krohn, e lo svedese Niclas Jonsson), Bertolini si è sobbarcato la maggioranza dei turni di guida ed è stato capace di finire nello stesso giro dei vincitori di classe.

Ancora una Porsche 911 al primo posto nella Classe GTD: Potter-Lally-Seefried hanno preceduto di soli due secondi la Ferrari 458 Italia Grand-Am di Sweedler-Bell-Segal e dell’italiano Maurizio Mediani. La vettura era la stessa che aveva vinto la 24 Ore di Daytona, ma iscritta dalla AIM Autosport invece che dal Level 5 Motorsport.

Ultima nota per gli incidenti che hanno caratterizzato alcune fasi della gara. Oltre al crash di Malucelli, che ha coinvolto in una carambola un gruppo di altre GT, anche David Ostella e Frankie Montecalvo (entrambi al volante di una Oreca FLM 09) sono stati protagonisti di uno scontro spettacolare ma incruento. Infine, Alex Tagliani (ricordate? È l’incolpevole protagonista dell’orrendo urto del Lausitzring nel 2001 che costò le gambe ad Alex Zanardi), ha centrato la Oreca di Gaston Kearby: il canadese questa volta è riuscito all’ultimo istante a mettere parzialmente di traverso la sua vettura evitando un pericoloso urto perpendicolare.

Giuseppe Valerio

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